Accompagnamento empatico e la relazione umano-cane. Un viaggio sistemico-transpersonale
Lorenzo Franchi

Lorenzo Franchi

Laureato in Ingegneria Ambientale al Politecnico di Milano, da diversi anni opera come docente in Nuovi Paradigmi per l’integrazione di scienza e coscienza, come counselor professionale e come consulente e formatore in orientamento scolastico e lavorativo.
È tra i soci fondatori di Elybra, una realtà nata con l’intento di diffondere operativamente e culturalmente il counseling e i suoi valori fondanti: ascolto, relazione, comunicazione empatica, valorizzazione delle proprie risorse e cooperazione. Oltre a essere uno spazio di crescita in cui lavora come counselor, formatore, orientatore e facilitatore, Elybra è anche una casa editrice (www.elibra.com/casaeditrice). Questa evoluzione editoriale nasce dal senso profondo di voler dare voce e forma scritta a testi, idee e paradigmi capaci di unire la dimensione personale a quella transpersonale, offrendo strumenti di riflessione per l’evoluzione della coscienza. È inoltre autore del libro “Counseling quantico. Co-scienza della relazione di aiuto”.

In ambito cinofilo, ha partecipato sia in veste di docente che di discente alla 2° e alla 3° edizione del Master in Riabilitazione Comportamentale del Cane, un percorso d’eccellenza organizzato da Cane Lupo Italia di Alessandra Monti. All’interno del Master, ha portato come docente la visione sistemico-transpersonale, un approccio che costituisce la base teorica e metodologica per l’incontro con il selvatico e per la profonda comprensione della relazione tra l’uomo e il cane.

La mia storia: da Enta e Max alla scoperta dei fili invisibili

Nella mia famiglia di origine non abbiamo mai avuto animali di nessun tipo. Solo dopo i miei trent’anni ho avuto la possibilità di vivere con due cani: Enta, una rottweiler dolcissima cresciuta fin da piccola con mia moglie e mia figlia, e Max, un bracco tedesco di sette anni, pieno di vita, paura e solitudine, che presi in un canile dopo la separazione da mia moglie.
Ricordo che la loro morte, avvenuta con molto anticipo rispetto alle loro aspettative di vita, non fu un momento particolarmente toccante per me, così come d’altro canto era avvenuto per la perdita delle persone a me care, come le mie due nonne e mio padre. Non ebbi modo, in particolare, di sperimentare quella sensazione di vuoto “come se si fosse staccata a forza una parte di me” che molte persone riportano in questo frangente. Al de là della momentanea commozione e del vuoto lasciato nella mia vita quotidiana, ho quindi proseguito il mio percorso di vita senza dare ulteriore attenzione a queste due relazioni. La vita aveva previsto di farmi sperimentare il dolore e la mancanza in altre forme.
Sicuramente c’era la sensazione che soprattutto Max, con la sua paura dell’abbandono e della solitudine, potesse essere stato uno specchio – oltre che un cane – estremamente fedele e tenace di ciò che di me non volevo guardare o accettare. Purtroppo, però, si trattò di una comprensione tanto fragile quanto fugace, poiché non avevo strumenti per sostenerla né immaginavo che si potesse chiedere aiuto per una cosa del genere. E lasciai perdere.
Accadde solo alcuni anni dopo. Grazie agli studi e all’esperienza come counselor, compresi infatti che ogni cosa che costella la nostra vita (persone, animali, esperienze, oggetti) non è affatto separata da noi, ma connessa da fili solo apparentemente invisibili. Se abbiamo il coraggio e la volontà di seguirli, scopriamo che portano sempre a noi stessi, a tutte quelle parti di noi che non conosciamo – o che non vogliamo conoscere – ma che ci tirano la giacca semplicemente per mostrarci che esistono e che rappresentano, in fine, il lasciapassare per la nostra integrità e felicità.
Fu proprio a questo punto che la vita mi offrì non solo l’occasione di riportare l’attenzione a Max e alla difficile relazione che ebbi con lui, ma anche la possibilità di vedere quanto prezioso fosse stato quello che mi aveva mostrato: aspetti di me che ancora, a distanza di anni dalla sua morte, rimanevano da esplorare e approfondire nel mio cammino di crescita personale.

Lì compresi con definitiva chiarezza come il legame con il nostro cane sia proprio uno di quei fili, uno dei più stabili e sinceri tra tutte le nostre relazioni, esseri umani compresi. E il momento della sua morte è quello in cui il filo è più vibrante e visibile, grazie al dolore e alla sofferenza che induce. Io non potei cogliere questa occasione a suo tempo, ma ho fatto esperienza sulla mia pelle di quanto il dolore legato alla solitudine e all’abbandono possa rappresentare, piuttosto che un nemico da combattere, una porta per l’accesso alle nostre parti più profonde e genuine.

La visione sistemico-transpersonale: il cane come nodo regolativo e incontro con il selvatico

Per comprendere la portata di questo lavoro, è necessario fare un passo avanti verso la visione sistemico-transpersonale. Adottare una visione sistemica significa sostituire la “O” con la “E”: è uno sguardo unitivo che non osserva le cose in sé, ma si colloca nello spazio “fra” le cose, considerando il mondo come una rete di relazioni. In questo paradigma, noi non conosciamo l’altro o noi stessi prima dell’incontro; è la relazione stessa a essere il luogo generativo e l’origine della conoscenza. Inoltre, noi non reagiamo linearmente agli stimoli del mondo, ma risuoniamo con essi: l’incontro fa vibrare qualcosa che era già presente in noi, rivelandocelo.

Quando questo approccio sistemico incontra il piano transpersonale, ci apriamo alla relazione con il mondo non visibile, quel campo cosciente che va oltre i sensi e oltre la persona intesa solo nella sua dimensione fisico-materica.
In questo contesto, il cane assume un ruolo straordinario: esso è un portale verso il selvatico. Il selvatico non è il “selvaggio” contrapposto alla civiltà, ma rappresenta il non addomesticato, il non concettuale, il campo percettivo puro e pre-simbolico. L’essere umano moderno ha ampiamente perso il contatto con il proprio corpo selvatico e vive quasi esclusivamente nel piano mentale e linguistico. Il cane, muovendosi nel confine tra il domestico e l’ignoto, vive radicalmente nel campo relazionale e comunica attraverso la presenza e l’intenzione, non attraverso il linguaggio sociale. Egli ci costringe a sentire invece che a pensare, rompendo i nostri schemi razionali.

Nelle mie consulenze, questo approccio si traduce nel considerare il cane come un vero e proprio nodo regolativo e indicatore della relazione umano-animale. Molto spesso le persone segnalano “problemi” comportamentali del proprio cane. Tuttavia, attraverso la lente della risonanza, in molti di questi casi emerge che quei comportamenti attivano l’umano di riferimento su temi profondi e personali che lo riguardano da vicino. I nodi critici non sono disfunzioni esclusive del cane, ma questioni irrisolte o inesplorate che l’umano ha bisogno di conoscere di sé. Il cane, agendo nel campo, funge da specchio e da attivatore: partendo da ciò che si manifesta nel presente, iniziamo un percorso di auto-conoscenza guidato proprio dalla relazione con lui.

Il counseling come sostegno nella vita e nel passaggio

Se la relazione in vita è un campo di risonanza così potente, il momento della morte del cane rappresenta il punto in cui questo filo invisibile vibra con la massima intensità. Credo che la possibilità offerta dal dolore della perdita sia proprio questa: seguire la traccia di quel legame ancora vivo per entrare in contatto con le nostre parti più profonde, osservandole con amore per comprendere ciò che il nostro compagno animale ci ha detto e continua a dirci. Onorando il cane e il messaggio che ci ha portato, alla pesantezza iniziale subentrano pienezza e leggerezza, trasformando il dolore in profonda gratitudine. È il momento in cui possiamo immaginare il nostro cane che, dal mondo invisibile, ci sussurra: “Oh, finalmente hai capito. Ora ho concluso il mio compito. Quando vuoi io ci sono, sempre. Buona vita”.

Il counseling, con la sua accogliente morbidezza e la sua risoluta grazia, è uno strumento eccezionale per accompagnare questo processo di elaborazione empatico post-mortem.
Tuttavia, questo tipo di accompagnamento non deve necessariamente attendere il momento del lutto. Può – e deve – avvenire anche durante la vita del cane. Nel momento in cui l’umano di riferimento si trova a vivere situazioni particolarmente intense, dinamiche conflittuali o attivazioni emotive importanti che l’animale gli propone o stimola nel quotidiano, il counseling offre lo spazio protetto per decodificare quella risonanza. Farsi sostenere nell’attraversare queste attivazioni, in vita

così come nel momento del passaggio, significa accogliere il ruolo del cane come maestro evolutivo. Un dono prezioso di cui noi stessi, e il nostro compagno animale, saremo infinitamente grati.