Wolf moon
Alessandra Monti
La primissima Luna piena dell’anno è conosciuta in molte culture come la “Luna piena del Lupo”.
I sioux nel Nord America hanno scelto un’espressione che può essere tradotta come “la Luna in cui i Lupi corrono insieme”.
La luna piena di Gennaio cade nella stagione riproduttiva, proprio quando i lupi si fanno sentire di più.
La parola gaelica per gennaio, Faoilleach, deriva dal termine usato per i lupi, faol-chù.
La parola sassone per gennaio è Wulf-monath, o Wolf Month (mese del lupo).
In Giappone a gennaio si tiene la festa del dio lupo, Ooguchi Magami.
La tribù Seneca lega il lupo alla Luna così fortemente da credere che un lupo abbia dato alla luce la Luna “cantandola” nel cielo.
Secondo la mitologia celtica, il lupo è infuso di potere lunare, che si riferisce alla sua capacità di fiutare intuizioni o conoscenze nascoste e di scovare fonti di pericolo inaspettate.
Per secoli i lupi sono stati venerati e adorati, erano considerati messaggeri divini e a volte persino dei. I lupi giocavano un ruolo importante in molti miti della creazione, erano considerati gli antenati di molti popoli (per alcune popolazioni lo sono ancora).
I padri fondatori di Roma furono salvati da una lupa, il dio Apollo nacque da un lupo, molte divinità presero la forma di lupi, i lupi vennero in soccorso di uomini e dei, guidandoli e proteggendoli.
René Grousset – Il conquistatore del mondo – Adelphi
“…massicci nevosi dove appaiono sulle pendici settentrionali, i larici pazienti al freddo; e verso sud, cedri, pioppi tremuli, betulle, abeti, ontani, salici, e un intricato sottobosco di muschi e di rododendri. È la foresta sacra dei Mongoli.
Ai piedi dei monti, pascoli rigogliosissimi, erbe alte che arrivano al petto. Poi la steppa, la steppa senza limiti, dove a giugno l’erba fitta è punteggiata di fiori – il giallo acceso delle crocifere e dei bottoni d’oro, il violetto del timo e degli iris, il bianco purissimo delle stellarie, il tenue velluto degli edelweiss. Ma il sorriso della steppa non dura a lungo. A metà luglio, sopraggiunge il caldo feroce, spazzato, a mezzogiorno, da violentissimi temporali. A ottobre, le tormente di neve. A novembre, il ghiaccio imprigiona i corsi d’acqua, che si libereranno soltanto ad aprile.
Questo paesaggio di ghiacci, alberi e fiori era dominato da una coppia di animali sacri: il Lupo blu-grigio e la Cerbiatta fulva. Tutti i Mongoli si sentivano lupi blu-grigi e cerbiatte fulve. In primo luogo, erano lupi: gli animali inviati dal Cielo, gli archetipi della stirpe, i possenti antenati. Il lupo, colore del cielo, si incontrava con la cerbiatta, fulva come la steppa. Si amavano furiosamente: il loro connubio era l’incontro della fiera e della selvaggina, del divoratore e del divorato, dell’assassino e della vittima; connubio così spesso raffigurato negli ori della Scizia.
Attraverso il lupo e la cerbiatta i Mongoli diventavano animali.
Erano come i cavalli, dai quali suggevano il sangue: come falconi affamati: come cani dalla fronte di bronzo: come corvi notturni: come gru dalle zampe azzurre e dalle penne color cenere; come marmotte, talpe, pesci. Persino le frecce di legno e di penne, su cui scrivevano i nomi, erano una parte di loro: vibravano, attraversavano velocemente il cielo, colpivano da lontano e con innaturale precisione i cervi e i falconi, stabilendo con le vittime un legame strettissimo, che solo i Mongoli comprendevano.
Sapevano che gli animali erano figure superiori agli uomini: volavano, nuotavano, odoravano, vedevano di notte, conoscevano il futuro e le lingue segrete. Così, per colpire la preda, essi non dovevano scendere verso gli animali, ma salire a un livello più alto dell’uomo, nel punto in cui l’uomo-animale si trasformava in Dio”.