Intolleranze alimentari e sintomi comportamentali
Lisa Fiore

Ricercatore. Laureata in Scienze Biologiche nell’università degli studi di Pisa, si è da sempre
dedicata alla ricerca nel settore della genetica conseguendo il titolo di Ricercatore. Nella sua
esperienza professionale si contano numerose collaborazioni in vari progetti di ricerca con
strutture pubbliche e private, sia in Italia che all’Estero. Docente di numerosi corsi di formazione
e/o aggiornamento e convegni accreditati ecm. Da anni si occupa di genetica e epigenetica
animale, in particolare del cane lupo cecoslovacco, rivestendo per questo il ruolo di Consulente
Tecnico di Parte in vari procedimenti c/o le procure di Alessandria, Modena e Pistoia.

 

I dati di ecologia alimentare indicano che i lupi sono carnivori, possono adattarsi a momenti prolungati di carestia durante i periodi di scarsa disponibilità di prede, mentre, dopo il successo della caccia, l’assunzione di alimenti e nutrienti può risultare addirittura eccessiva rispetto al reale fabbisogno. Come risultato i lupi devono affrontare un apporto di nutrienti molto variabile e per questo mostrano un metabolismo altamente adattabile, caratteristica che è oggi ancora “geneticamente funzionale” nel cane domestico.
Analizzando il genoma sia del cane che del lupo si osservano diverse varianti genetiche posizionate prevalentemente in 36 regioni che probabilmente rappresentano gli obiettivi della selezione durante il percorso di addomesticamento. Diciannove di queste regioni contengono geni importanti nella funzione cerebrale, otto dei quali appartenenti a percorsi di sviluppo del sistema nervoso e potenzialmente alla base cambiamenti comportamentali. Dieci di questi geni, bersaglio della pressione evolutiva, svolgono un ruolo chiave nella digestione e nel metabolismo dei grassi e degli amidi. I cani ad esempio hanno più copie rispetto ai lupi, del gene AMY2B, che produce un enzima che rompe l’amido in zuccheri facilmente assimilabili.
Altre varianti genetiche sembrano contribuire ad aumentare la capacità dei cani di convertire uno zucchero chiamato maltosio in glucosio, lo zucchero che le cellule preferiscono bruciare per produrre energia. Nonostante quindi la pressione evolutiva consenta oggi al cane domestico di praticare una alimentazione teoricamente onnivora, sempre più spesso si osservano fenomeni di intolleranza alimentare che sembrano legati all’assunzione di nutrienti non ancora “geneticamente metabolizzabili”.
Le intolleranze alimentari sono reazioni che non coinvolgono direttamente il sistema immunitario e che possono essere determinate dal consumo abituale di un certo cibo e/o additivo; oltre ai sintomi classici cutanei e gastrointestinali sono descritte, in alcuni casi, alterazioni a carico del comportamento.
Un importante lavoro svolto dalla facoltà di Medicina Veterinaria dall’Università di Pisa ha valutato eventuali correlazioni significative tra intolleranze alimentari e sintomi comportamentali e organici riscontrati nei cani inclusi nella ricerca. I soggetti reclutati per lo studio sono stati diagnosticati come intolleranti tramite il test leuco-citotossico (condotto su prelievo di sangue) e dopo visita comportamentale e clinica.
Oltre alle intolleranze nei confronti di grano e latte, gli autori hanno riscontrato associazioni statisticamente significative fra sintomi dermatologici e pomodoro, sintomi gastroenterici e oliva, paura e eritrosina (colorante sintetico rosso E127 comunemente utilizzato nell’industria alimentare e che interferisce direttamente con la funzionalità di alcuni ormoni). Dai dati di questo studio emerge l’ipotesi che le intolleranze alimentari, oltre alle classiche manifestazioni gastroenteriche e dermatologiche, possano rappresentare una concausa nello sviluppo di alcuni disturbi comportamentali nel cane e che quindi possa essere utile includere la loro indagine in cani che presentano queste problematiche.
Da un’altra importante ricerca italiana, condotta per oltre 30 anni, è emerso molto chiaramente che tra le cause di intolleranza alimentare troviamo i residui di sostanze farmacologiche attive presenti nelle carni ottenute da allevamenti intensivi, utilizzate molto spesso nella produzione del cibo commerciale per animali. Dalla stessa ricerca è emerso con altrettanta chiarezza che le patologie provocate da tali residui sono molto numerose tanto da costituire una vera e propria sindrome definita dall’autore dello studio S.R.A., ovvero Sindrome da Residui negli Alimenti. (Dott. Sergio Canello)
L’esposizione prolungata e ripetuta a sostanze ipersensibilizzanti può provocare fenomeni a carico della cute, del tratto gastro-intestinale (vomito, diarrea e meteorismo), dell’apparato respiratorio (riniti, sinusiti e attacchi simil-asmatici), fenomeni oculo-congiuntivali (congiuntiviti ricorrenti e lacrimazione abbondante), con cistiti ricorrenti e fenomeni a carico sistema nervoso (sbalzi d’umore, crisi epilettiche e affaticamento precoce).
Come si deduce dagli studi presenti in letteratura le sostanze (nutrienti, additivi, coloranti, contaminanti alimentari) maggiormente responsabili dei fenomeni di intolleranza alimentare sono proprio quelle meno “geneticamente metabolizzabili” e più lontane dalla naturale alimentazione sostanzialmente carnivora.
La strategia preventiva quindi è quella di proporre una alimentazione più naturale e più varia possibile scegliendo fonti proteiche ad elevato valore biologico e ad alta biodisponibilità.
Ritornando all’aspetto evolutivo, è interessante la teoria del biologo evoluzionista Robert Wayne secondo il quale l’addomesticazione del cane ha richiesto adattamenti genetici sia comportamentali che metabolici: i lupi più tolleranti allo stress, in grado di non scappare e nascondersi di fronte alla presenza dell’uomo, avrebbero consumato i resti del cibo lasciato dall’uomo stesso. Per questo motivo sarebbero insorte tutte le variazioni genetiche metaboliche che comportavano maggiore adattamento all’ambiente e quindi maggiore probabilità di sopravvivenza.